L’amore per i libri nelle parole di García Lorca, fucilato 83 anni fa

All’alba del 18 agosto del 1936, appena iniziata la Guerra Civile in Spagna, il poeta, drammaturgo e regista Federico García Lorca, repubblicano, omosessuale, figlio di una maestra e di un proprietario terriero, fu fucilato in un villaggio di Granada.

Si era rifugiato nella casa di un poeta amico, il falangista Luis Rosales, che, malgrado le sue risorse e i suoi contatti, non riuscì ad evitarne l’arresto. Mentre le forze franchiste promettevano a Rosales, al musicista Manuel de Falla, alla mecenate Emilia Llanos e a tanti altri intellettuali ed amici, che Lorca sarebbe stato rimesso in libertà, viene invece fucilato, prima del sorgere del sole, in una stradella solitaria, lontano da tutti.

Lorca non visitò mai la nostra Italia, nonostante avesse scritto tantissime volte che avrebbe sognato una borsa di studio a Bologna, e nonostante la prima assoluta di uno dei suoi capolavori teatrali, postumo, fosse precisamente a Milano (Il Pubblico). Se la dittatura Franchista avrebbe magari voluto cancellare il nome del poeta dalla storia della letteratura (infatti si sa che per pressioni dell’ambasciata di Madrid, si riuscì ad evitare la rappresentazione a Roma, con tutti i biglietti venduti di “Nozze di Sangue”, nel 1939), la fama di Lorca in Italia è stata sempre enorme (grazie, soprattuto alle cronache di Indro Montanelli negli anni 50, alle lodi di Enzo Vialli negli anni 60 e al documentario della RAI degli anni 70). La ricerca di Ramón Ramos, pubblicata in un libro che si intitola “El ragazzo della escena europea” è molto interessante e approfondisce il rapporto di Lorca con l’Italia.

Durante i suoi 38 anni di vita, oltre a scrivere un teatro —quasi sempre con protagonisti femminili-—che avrebbe cambiato la scena in Spagna (Yerma, La Casa di Bernarda Alba, Nozze di sangue, Il Pubblico…), oltre a produrre una poesia carica di dolore, sensualità e musica (era pianista prima di essere scrittore), Lorca promosse molte iniziative per diffondere la cultura, come la proposta di teatro “La Barraca” o l’apertura di biblioteche comunali. Precisamente in occasione dell’inaugurazione della biblioteca della sua piccola città Fuertevaqueros, pronuncia le parole che oggi bisogna, a nostro giudizio, ricordare.

“Quando qualcuno va a teatro, a un concerto o a una festa del genere che sia, se quella festa è di suo gradimento, ricorda immediatamente le persone a cui vuole bene e si rammarica che non si trovino lì. “Quanto piacerebbe questo a mia sorella, quanto a mio padre”, pensa, e non si gode più lo spettacolo se non velato da una lieve malinconia. Questa è la malinconia che io sento, non per i miei cari, che sarebbe piccineria spregevole, ma per tutte le creature che per mancanza di mezzi e per loro disgrazia non godono del sommo bene della bellezza che è vita ed è bontà ed è serenità ed è passione.

Per questo non ho mai un libro, perché regalo tutti quelli che compro, che sono innumerevoli, e per questo sono qui onorato e contento di inaugurare questa biblioteca cittadina, la prima sicuramente di tutta la provincia di Granada.

Non solo di pane vive l’uomo. Io, se avessi fame e fossi senza forze per la strada, non chiederei un pane; ma chiederei mezzo pane e un libro. Ed io attacco da qui violentemente quanti parlano soltanto di rivendicazioni economiche senza nominare mai le rivendicazioni culturali che è poi quel che richiedono gridando i cittadini. È un bene che tutti gli uomini mangino, ma pure che tutti gli uomini sappiano. Che godano di tutti i frutti dello spirito umano, perché il contrario è trasformarli in macchine al servizio dello Stato, è trasformarli in schiavi di una terribile organizzazione sociale.

Provo molta più pena per un uomo che vuol sapere e non può, che non per un affamato. Perché un affamato può calmare la sua fame facilmente con un pezzo di pane o della frutta, ma un uomo che è ansioso di sapere e non ne ha i mezzi, subisce una terribile agonia, perché è di libri, libri, tanti libri che ha bisogno e dove sono questi libri?

Libri! Libri! Ecco una parola magica che equivale a dire: “amore” e che la gente dovrebbe chiedere come chiede pane o come brama la pioggia per i propri seminati

Libri! Libri! Ecco una parola magica che equivale a dire: “amore, amore”, e che la gente dovrebbe chiedere come chiede pane o come brama la pioggia per i propri seminati. Quando l’insigne scrittore russo Fëdor Dostoevskij, padre della rivoluzione russa molto più di Lenin, era prigioniero in Siberia, fuori del mondo, tra quattro mura e circondato da desolate pianure di neve senza fine; e chiedeva aiuto per lettera alla sua famiglia lontana, diceva soltanto: “Mandatemi libri, libri, tanti libri affinché la mia anima non muoia!”. Sentiva freddo e non chiedeva fuoco, aveva una sete terribile e non chiedeva acqua: chiedeva libri, cioè orizzonti, cioè scale per risalire le vette dello spirito e del cuore. Perché l’agonia fisica, biologica, naturale, di un corpo per fame, sete o freddo, dura poco, pochissimo, ma l’agonia dell’animo insoddisfatto dura tutta la vita.

Quando l’insigne scrittore russo Fëdor Dostoevskij, padre della rivoluzione russa molto più di Lenin, era prigioniero in Siberia, fuori del mondo, tra quattro mura e circondato da desolate pianure di neve senza fine; e chiedeva aiuto per lettera alla sua famiglia lontana, diceva soltanto: “Mandatemi libri, libri, tanti libri affinché la mia anima non muoia!”. Sentiva freddo e non chiedeva fuoco, aveva una sete terribile e non chiedeva acqua: chiedeva libri, cioè orizzonti, cioè scale per risalire le vette dello spirito e del cuore. Perché l’agonia fisica, biologica, naturale, di un corpo per fame, sete o freddo, dura poco, pochissimo, ma l’agonia dell’animo insoddisfatto dura tutta la vita.

Cultura perché soltanto per suo tramite si possono risolvere i problemi fra i quali si dibatte il popolo pieno di fede, ma privo di luce.

Ha già detto il grande Menéndez Pidal, uno dei saggi più veri d’Europa, che la parola d’ordine della Repubblica deve essere: “Cultura”.  Cultura perché soltanto per suo tramite si possono risolvere i problemi fra i quali si dibatte il popolo pieno di fede, ma privo di luce.

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