Francesca Ballarini, illustratrice del Macerata Opera Festival, ci parla d’ispirazione, passione e lirica

È già da 7 anni che Francesca Ballarini , @ioenina, interpreta in chiave grafica la magia, la passione, la coralità e il lavoro che c’è dietro al Macerata Opera Festival. Parliamo con la creatrice dei manifesti, locandine, merchandising del MOF e ci innamoriamo ancora di più delle sue opere e del suo stile.
“All’opera, io stessa ci spiega mi sono avvicinata grazie al Macerata Opera Festival. C’è un legame anche di responsabilità, lo proteggo non solo come atto creativo, ma come identità preziosa che riconosco”.

Francesca Ballarini, dal palco 25 dello Sferisterio
ph. Giuliano Ciarloni

Dal 2012 sei responsabile dell’immagine dell’Arena Sferisterio e del Macerata Opera Festival: come definiresti la personalità di questo evento culturale? 
Una parte di me è nata col Macerata Opera Festival, che, nella nuova veste, è nato un po’ con me, per cui mi sento legata da un’empatia profonda, fraterna, quasi! È vivido, è pulsante, cangiante, una forma che, pur forte, si rinnova, evolve e si lascia guardare, attrae chi l’ama, e forse anche chi no, o che ancora non sa. Penso che sia una nota peculiare del festival, il fascino che esercita e che abbraccia molti.

Nei 7 anni che sei stata a stretto contatto con questa realtà, quali segni d’identità diresti che il Festival conserva, fedeli alla tradizione, e quali si sono evoluti?
L’apertura verso l’esterno, non solo verso i “giovani”, ma verso chi all’opera pensava poco o affatto, è stata una grande ascesa, ha abbracciato un pubblico sempre più ampio, e questo coinvolgimento si tocca con mano, è una specie di comunità multiforme che all’opera ora s’ispira o ricorda con nostalgia o attende con trepidazione, ed è trasversale, riesce a coprire più campi di comunicazione e divulgazione. Lo stesso inizio di stagione ha qualcosa di sacro, non solo per lo spettacolo in sé,  o per gli appassionati d’opera da sempre, ma per la storia che si porta dietro e che racconta nel tempo.

Abbiamo potuto già ammirare le locandine di Carmen, Rigoletto e Macbeth: una Carmen sfuggente, un Rigoletto dalla risata tetra, e un Macbeth infestato da fantasmi… potresti spiegare come scegli il tratto, i colori e l’approccio per queste opere?
Le locandine di comunicazione “diretta” dei titoli della stagione, sono composte dal lettering pittorico, “animato” dall’essenza dell’opera stessa: Carmen che sfugge dal centro e cerca di uscire dai bordi, Macbeth che tenta l’ascesa ma nel suo abisso ingovernabile e carnefice, Rigoletto dal gioco greve e oscuro, una vecchia insegna arrugginita di un luna park dismesso. Le lettere provano a richiamare, a fare da eco ai segni dell’opera, del suo contenuto: da lontano sono manifesti che devono cogliere l’attenzione, pur rimanendo giusti, armonici e parlando una lingua comune anche tra loro, essendo spesso esposti tutti e 3 assieme. Si crea quindi anche una coralità tra le tre opere, di colori, di segno e di carattere. Una sfida bella è proprio trovare il segno per ognuna e il segno “tra” ognuna, che le leghi per similitudine e per contrasto, in un dialogo unico.
Le illustrazioni pittoriche, i “bozzetti” li chiamiamo, entrano invece nel programma della stagione: non vogliono descrivere l’opera o dire troppo, anche qui suggeriscono, ma avvicinandosi sempre più all’allestimento, un poco più lontani dall’astrazione del lettering. Anche per me, che segno e disegno, è quindi un’evoluzione, di quando sei in procinto per vedere, e ne hai sentito parlare, raccontare, progettare. È entrare sempre più nel mondo di ogni titolo e nello specifico nell’allestimento scelto, ispirata dalle note di regia, dalla scenografia che si vedrà, dall’estrema manifestazione dall’abbondanza o all’asciuttezza della rappresentazione. Anche io sono in attesa di vedere, ed è un immaginare autentico anche per me. 

Come ti sei ispirata per scegliere questa tipografia caratteristica che, per noi maceratesi, è già parte della nostra identità?
Mi piace giocare col segno delle lettere, da sempre. Ogni lettera è disegno, prima che cosa scritta: è una veduta macroscopica su qualcosa che puoi raccontare. Non voglio mai cedere a una moda visiva, e non vorrei neanche mai ripetermi, per cui trovare un ‘mood’ di identità unica e irripetibile è ogni anno una sfida, è come trovare la faccia a qualcosa che non ha volto, ma mille arti e mille possibilità. Provo con più strumenti diversi, pennini pennelli stecchette carboncini punte di vario tipo, fin quando trovo qualcosa che racconta col solo segno ciò che desidero e come lo desidero, ha qualcosa in potenza che si vuole esprimere. Quando funziona, la cerchio, la ruoto, la manipolo, fin quando diventa completa, è una materia bidimensionale, ma è come una scultura dentro di me. 

Se dovessi disegnare un logo per Macerata… cosa ti verrebbe in mente così, sui due piedi?
Un arco, l’apertura nel grande muro dello Sferisterio, la porta e l’oltre — perché l’adoro.

Hai lavorato per un festival a New York e in tutto il mondo, e nonostante tutto torni sempre al MOF… sei innamorata dell’opera? Se fosse così, da dove ti viene questa passione?
Viene proprio dal festival, con cui davvero ci siam plasmati a vicenda.  E all’opera, io stessa mi son avvicinata, entrata e sporcata e vissuta!, grazie al Macerata Opera Festival. C’è un legame anche di responsabilità, lo proteggo non solo come atto creativo, ma come identità preziosa che conosco.

Utilizzi la tecnica mista, cioè acquarello, pastello, mezzi digitali… con quali risorse diresti che ti muovi meglio?
Con gli scarabocchi! Con l’urgenza di disegnare qualcosa. Qualsiasi sia la tecnica l’importanza è l’urgenza, non lo sforzo, ma il polso che vuole disegnare. Da lì esce sempre qualcosa di buono, bello o brutto non si sa, o magari non subito, ma di sicuro buono. Poi da lì cerco di capire tutto il resto che devo dire.

Qualsiasi sia la tecnica l’importanza è l’urgenza, non lo sforzo, ma il polso che vuole disegnare

Hai lavorato anche come fotografa, in che modo l’obiettivo influisce sul tuo sguardo da illustratrice?
Ho studiato comunicazione visiva all’ISIA (Istituto Superiore Industrie Artistiche) di Urbino, in cui la ricerca dell’espressione si espandeva in vari campi, poi avresti trovato la tua, tecnica, modalità, strada, fotografia compresa. Per cui ho lavorato da fotografa e la mia macchina è sempre lì che m’attende, ma ho bisogno di variare la realtà, farla passare ancora dentro me per comunicare: è uno scalino che va più in profondità, quello, mi son accorta col tempo, che mi fa più felice.

Un’istantanea di Macerata (un luogo, un’ora, un angoletto) che per te sia un posto del cuore.
Un palchetto preciso dello sferisterio, da cui ho visto la prima opera, e ho sentito il primo accordo degli strumenti prima dell’inizio, gli abiti che svolazzano, l’attesa sotto il crepuscolo, quel blu inconfondibile della sera d’estate.

Anche i tuoi progetti in industrial design sono molto interessanti.. hai nuovi progetti o collaborazioni in prospettiva in quest’ambito?
Lavorando da freelance ci sono progetti di vario tipo che seguo, vanno dalle cantine di vino, ai teatri, dai sistemi museali ai festival di cinema  all’editoria. La cosa bella è proprio il ventaglio di possibilità per cui potresti trovarti a disegnare, e non sai mai cosa aspettarti. Avendo bisogno di varietà, è una caratteristica del mio lavoro che mi diverte, e sorprende pure, molto! E ammiro sempre chi s’affida al potere del disegno, a cui io credo in maniera infinita, per comunicarsi.

Puoi confessare un maestro o un’influenza decisivi nel tuo lavoro?
Ne dico 3: mia sorella Alessandra che-volevo-disegnare-come-lei; Chagall e il suo amore di cui tutto è intriso; la mia terra, la natura in cui son vissuta che ti culla, che ispira i pensieri e quel che sei, anche da lontano, anche quando non ci sei dentro. È una grande madre.

https://about.me/francescanina

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